martedì, 29 settembre 2009
Ho ricevuto un commento molto interessante. Lo pubblico di seguito:
"Sono una comunità di circa 1000 persone,la sede centrale è a Brescia ,gestita da un capoccia di nome bonomelli grande impresario edile,usa anche parecchi regazzi della comunity nei suoi cantieri.
Il discorso delle firme il cavallo di battaglia di bonomelli ,atraverso i vari dislocamenti in tutta italia dove gruppi di ragazzi con responsabili occupano appartamenti da cui si spostano a gruppi di cinque e una vettura per il viaggio.
Sono obligati dal loro responsabile a dover tornare la sera con 520 euro l eqivalente di un milione di lire tondo tondo in più con le offerte della gente devono pagarsi da mangiare e la benzina.Entrano in questo modo alla lautari quasi 30000 euro al giorno perche i gruppi che escono in (pei) prevenzione e informazione è chiamata da loro questa attività,sono almeno60 .60 sono le macchine con qui si spostano ,lla sera prima i loro capogruppi studiano la scaletta dei programmi ,in quale citta ,piazza a quale manifestazione ,a quale concerto.HO VISTO GENTE DARE ANCHE TREMILA EURO TUTTI A SIEME solo perche avevano il problema droga in casa oun figlio morto per eroina.
Ma sapiate che ho visto ragazzi sbatutti fuori dalla comunita solo perche non erano convincenti el fare cassa ,e invece i responsabili dicevano che erano persone ngative e irrecuperabbili.
Ho visto gruppi interi scappare e non tornare più in comunità ,continuando a chiedere soldi nelle piazze e ricominciando a farsi.
Il problema più grande è che la lauteri è regolarmente iscritta coe associazione onlus e infatti è autogestita (i ragazzi per accedervi non devono pagare nessuna rata CERTO CON I SOLDI CHE PORTERANNO POI"
venerdì, 25 settembre 2009
mercoledì, 17 giugno 2009
Un mio
post, dove mi interrogativo sull'operato e sui guadagni della Comunità Lautari, ha ricevuto molti commenti. C'è chi ha raccontanto la sua esperienza da tossicodipendente, chi ha mostrato diffidenza, chi come la maggior parte dei lettori, si è fatto una domanda. Dove vanno a finire tutti i soldi raccolti dai famosi banchetti verdi?
Giorni dopo, abbiamo ricevuto il commento del Presidente della Comunità Lautari che insieme ai suoi colleghi ha dato una lucidazione sull'operato della comunità.
Questo spazio ha lo scopo di raccogliere testimonianze e informazioni in merito alla
Comunità Lautari e ai loro volontari sparsi in giro per l'Italia. Vogliamo far luce su una realtà che è restata per troppo tempo nell'ombra.
domenica, 16 novembre 2008
martedì, 01 aprile 2008

Il mio nome è Chiara Fuori, ho poco più di 20 anni e se mai voleste sapere qualcosa in più, leggere il blog può essere un buon inizio.
Sono iscritta all'università e abito in un bilocale in uno dei tanti vicoli del centro storico di Roma. Per tirare su qualche soldo faccio la cameriera in un bar di Campo de' Fiori.
Fin qui tutto bene, se non fosse che:
1. Spendo 3/4 di quello che guadagno per pagare l'affitto.
2. Nutrirsi è diventato un lusso.
3. Non ho un fidanzato che mi paga i conti.
4. La Tim si ciuccia gran parte dei miei soldi.
5. I miei mi hanno tagliato qualsiasi tipo di vitalizio.
Sono una studentessa, ma di fatto rientro in tutto e per tutto nella categoria più sfigata che possa esserci in Italia. I precari!
Ora il punto è questo: ho perso ogni tipo di speranza nella classe politica. Non vedo un futuro e a dirla tutta non vedo manco un presente.
Sia che vinca Berlusconi, sia che vinca Uòlter, qui mi pare che a prenderla nel culo siamo sempre noi. Sono sempre io. Allora considerando che sono una bella ragazza e aggiungendo che dal mese prossimo il mio proprietario di casa vuole aumentarmi l'affitto, faccio affidamento sui favori sessuali che potrei offrire a un uomo max 40 anni, per trovare un monolocale zona Campo de' Fiori, Piazza Navona.
In tal caso pagherei il canone di locazione con 3 rapporti orali al mese. Ovviamente protetti. Chi è interessato può scrivermi una mail con foto e numero di telefono a chiarafuori@tiscali.it.
Attendo fiduciosa.
Chiara Fuori
giovedì, 27 dicembre 2007
Mentre Michael Andrews mi incanta con Goldfish, penso che forse forse sarebbe meglio sparire, allungare il passo e addio a tutti i suonatori.
Chiara Fuori di nuovo single. Presto su questa rete.
giovedì, 27 settembre 2007
mercoledì, 26 settembre 2007
La casa era al centro di Ferrara, ma il liceo era un po’ fuori mano così mi toccava prendere l’autobus. Che poi io il classico manco volevo farlo. Volevo andare allo scientifico e non in un istituto che - ad essere buoni - puzzava di neo liberismo. Ma a 14 anni che cazzo vuoi decidere tu. Non sapevo neanche cosa neo liberismo volesse dire e soprattutto se dovevo scriverlo tutto attaccato o separato. Senza contare che di lì a poco la sacra famiglia si sarebbe trasferita di nuovo a Roma e la mia istruzione futura…
“Andrà al Virgilio”
“Meglio al Giulio Cesare o al Visconti a Piazza del Collegio Romano”
“Al Visconti è pieno di comunisti”
“Preferisci che diventi fascista?”
…divenne l’argomento di discussione preferito. Non vi era cena che non se ne parlasse.
Avevo scritto un paio di poesie e una di queste la ritrovai su un sito web. Pensavo che nessuno si sarebbe preso la briga di pubblicare i miei deliri, ma sbagliavo. Un tipo s’era pure incazzato, diceva che ci sono cose su cui non bisogna scherzare. Quella cosa era Madre Teresa che io per quanto avevo potuto tentai di dissacrare per benino.
Ricevetti una mail. Una lunga lettera. Diceva che ero un genio e che le mie parole gli avevano aperto non ricordo che razza di nuovi orizzonti. Rilessi la mail un paio di volte, preparai uno spinello e risposi allegando altre due poesie.
Il ragazzo, che diceva di amare la scrittura e di scrivere racconti, mi riscrisse aggiungendo questa volta una foto. Non era un cesso come me l’ero immaginato. Non era affatto male. Anzi.
Pochi giorni dopo (come prevedibile quando è una ragazza a scrivere) le mail cominciarono a prendere un tono più personale. Mi disse che era appena uscito da una storia di 4 anni e non riusciva più a relazionarsi con una ragazza. Si sentiva asessuato, annoiato e tutto il resto. Non aveva desideri né voglia di averli. Una sera colmo di Tennet’s e camparigin diede un bacio a una cameriera rumena in un pub irlandese, ma una volta tra le lenzuola, non riuscì ad eccitarsi.
“Voglio conoscerti” continuava la lettera “le tue poesie mi hanno dato coraggio. Tu non hai la coscienza addomesticata, al contrario, vai dritta al cervello. Dici cose vere, che ognuno di noi vive, come il tuo rapporto con gli uomini. Non tutte quelle storie: era lui, non era lui, m’ha tradito, non m’ha tradito. Tu dici: m’hai tradito, sei uno stronzo. Vaffanculo!”
Scoppiai a ridere. Amo quando si parla di me. Non lo dico in pubblico, ma è così. Cazzo quanto mi piace.
Un pomeriggio d’inverno buio, freddo e premestruale gli scrissi.
“Va bene vediamoci, ma solo per un aperitivo, non voglio sentirmi obbligata a passare cinque ore con te”.
Tempo 10 minuti e arrivò la risposta.
“Sono così felice di conoscerti, ti porto le mie poesie”. In allegato c’erano anche 2 foto. Una in riva al mare e un’altra su uno scooter. In qualche modo, dio solo sa quale, sembrava felice.
Teatro Comunale, sette e trenta puntuale. Gente in fila per entrare. Cappotti, colli di pelliccia, mocassini tirati a lucido, sigarette, rossetti, unghie laccate, capelli fonati e oro, oro e ancora oro. Davano un concerto di musica classica di Webert, Mozart e Schumann, ma non me ne fregava niente. Ero strafatta ecco la verità. L’ultima anticchia di un prezioso regalo me l’ero girata e gustata. White Widow, profumata e fumata.
“Sei Chiara?”
“Valerio?”
“Sì”
“Ciao, piacere”.
“È la prima volta che incontro qualcuno che mi scrive in internet, non sei un serial killer, vero?”
“Volevo farti la stessa domanda”
Sorrisi miei e suoi.
“Chiara ti informo che ho detto a mia sorella che venivo a Ferrara. Conosce il tuo numero di cellulare. Se non rientro a casa chiamerà la Polizia”
“Io non l’ho detto a nessuno, mi piace correre qualche rischio”.
Di nuovo sorrisi. Questa volta solo miei. Se non faccio la troia di tanto in tanto, non sono contenta.
Entrammo in vineria e lì restammo fino alle 9 e mezza. Ero completamente ciucca. Valerio un po’ meno e imperterrito leggeva i suoi componimenti uno dietro l’altro, senza sosta. Odio ascoltare le poesie specie quelle monotematiche sulle donne che non sanno stare da sole ed hanno sempre bisogno di fare l’amore con qualcuno per sentirsi desiderate. Insomma si capisce com'è andata. Lui la trombava male e lei s'è data da fare con qualcun altro. Facile. Prevedibile. Un classico.
“Si, ma non è che parlo sempre della mia ex”
"Ah, no?"
“È in generale”
“In generale, certo”
D'un tratto sentii il bisogno di allontanarmi il prima possibile.
“Mi dispiace ma devo andare. Domani ho filosofia alla prima ora”
“Scusa se ti ho assillato con le mie poesie, vuoi leggermene qualcuna delle tue?”
“Te le spedisco, occhei?”
“Come vuoi”
Un altro minuto e potevo morirci su quella stronza di seggiola porca di quella troia. Vedevo già i titoli dei giornali:
GIOVANE ROMANA RESIDENTE A FERRARA MUORE IN VINERIA. SCOPERTO IL BLOG IN INTERNET. IL PRETE DELLA CITTADINA SI RIFIUTA DI CELEBRARE IL FUNERALE.
Ci salutammo di fretta, mi avvicinai alla bicicletta, slegai il lucchetto e chiamai Lorenzo.
“Lori, posso passare? Cannetta insieme, poi vado via?”
“No!”
“Perché?”
“Mi pare avessi deciso che era meglio stare lontani per un po’”
“Mica ho detto scopiamo… è che mi andava di vederti”
“Buonanotte Chiara”
CLICK!
Vaffanculo! Perché gli uomini decidono di fare i sostenuti solo quando sto male? Tirai fuori dalla borsa l’iPod, pigiai “Play” e montai in sella. Un paio di pedalate e partì “La cosa pequeña” Tosca Tango Orchestrason. Roba da intenditori e infatti il mio iPod lo è un intenditore. La prima canzone gliela faccio sempre scegliere a lui e non sbaglia mai.
Pedalai più veloce che potevo, poi PATAPUMPETE! In meno di un secondo finii col culo per terra. Mi ero sbucciata i palmi delle mani e un gomito, poi alzai la testa e lo vidi. Un nano non più alto di un metro stava tentando di aiutarmi.
“Stai bene?”
“Sì, grazie”
“Hai bevuto?”
“Si vede?”
“Si sente!”
“Mi chiamo Chiara”
“Io Mario”
Mi aiutò ad alzarmi, per quello che poteva s’intende.
“Una volta anch’io bevevo vino, quando ero alto, poi mi sono ristretto e adesso solo gin tonic… Tanquerey tonic”
“Soltanto il meglio!”
“Giusto”
Ci sono persone con le quali senti subito di condividere qualcosa. Basta un sorriso, uno sguardo, una riflessione buttata giù senza pensare e capisci che qualcuno forse forse su molte cose la pensa esattamente come te.
Passeggiammo insieme per un po' io e Mario. Volevo farlo sedere nel cestino davanti, ma non mi sembrava carino chiederglielo… poi appena presa confidenza me lo propose lui.
Se qualcuno di Ferrara ha visto una sciroccata col sorriso stampato sul volto sfrecciare in bicicletta con nel cestino un nano, quella sciroccata ero io e quel nano era Mario.
“Questo è felice” mi indicava il mio amico e io guardavo, “e anche quella signora col cagnetto è felice” e io riguardavo senza far commenti.
“Vedi quella coppia di fidanzati” diceva “quelli col cappotto uguale, anche loro sono felici”.
“Mario posso farti un’altra domanda?”
“Certo!”
“Vabeh, magari dopo”
Arrivammo al Castello. Mario saltò subito giù dalla bici.
“Vedi l’acqua?”
“Sì”
“Dentro ci sono i pesci”
“Che… anche loro sono felici?”
“Uhm-uhm!”
Sorrisi, tanti sorrisi.
“Grazie Mario”
“E’ stato un piacere!”
“Ti riaccompagno indietro?”
“Non ti preoccupare”
“Sicuro?”
“Sicuro”
“Ciao”
“Ciao”
Con un'espressione del tipo "ho appena rifatto pace col cervello, fatemi largo che sono colma di autostima" me ne andai dalla parte opposta, poi mi sentii chiamare.
“Chiara qual’era la domanda che volevi farmi?”
“Un’altra volta Mario”
“Fai la brava”
“Quello mai!”
Gli lanciai un bacio con la mano.
Di nuovo cuffiette e di nuovo iPod.
“Roxanne, you don't have to put on the red light
Those days are over
You don't have to sell your body to the night
Roxanne, you don't have to wear that dress tonight
Walk the streets for money
You don't care if it's wrong or if it's right…”
The Police. Non sbaglia mai, ve l’ho detto. Sembrava che le cose avessero ricominciato a funzionare. Pedalai con tutta la forza che avevo sollevandomi dal sellino. Qualcuno vedendomi passare avrebbe potuto dire “quella lì è felice” …e in fin dei conti cari miei lettori adorati non avrebbe avuto torto.
giovedì, 30 agosto 2007
Andrea lo sapeva che sarebbe stato meglio non rispondere al telefono, questo almeno era ciò che l’esperienza insegnava, ma sapeva altresì che l’esperienza fa a schiaffi con la paura di restare solo… e come si sa la paura picchia duro e picchia forte. Per questo aveva risposto al telefono. Per questo e per un miliardo di altre ragioni.
Un’ora dopo comunque erano di nuovo a letto. Loro 2 ancora una volta chissà per quante volte ancora.
“Sei una puttana, lo sai sì”
“Perché?”
“Lo sei e basta”
“Ti piace però”
“No che non mi piace”
“Non ti voglio perdere Endrius”
“Odio essere chiamato Endrius”
“Credevo odiassi essere chiamato figlio mio”
Andrea sorrise e così facendo illuminò gli occhi di Aurora che adesso scintillavano come due stelle quando è estate e il cielo è sereno e tu hai finalmente trovato tempo e voglia di perderti nel buio dell’universo. Una di quelle sere in cui tenti di rasserenarti con pensieri di per sé deprimenti, che so: la piccolezza del pianeta terra in confronto allo spazio infinito delle galassie o l’idea di un asteroide diretto in picchiata verso Via dei Cappellari… fino a che poi - esausto - passi avanti e ti convinci di aver appena visto un disco volante. Wow, allora sì che non è stata un’altra giornata inutile. Ecco, gli occhi di Aurora erano più o meno così, anche perché ad Andrea che faceva il sostenuto lei non ci aveva mai creduto. L’amava gliel’avevano detto tutti com’era stato male. Figuriamoci se poteva resisterle.
“Andrea se preferisci me ne vado”
“Ma che vuoi da me?”
“Voglio essere la tua donna”
“Sono io la mia donna”
“E io?”
“Tu sei il ricordo di qualcosa che non esiste più”
“E’ perverso”
“Che?”
“Amare qualcosa che non esiste”
“E chi te l’ha detto che ti amo?"
“E chi te l’ha detto che non esisto?”
Evvai pensò Aurora. Frase giusta al momento giusto. Una di quelle fortune che capitano raramente nella vita. È così che voleva essere è così che voleva che gli altri la vedessero. Ancora non aveva capito bene che immagine fosse, ma di qualsiasi cosa si trattasse le piaceva perché distante anni luce da sua madre. Ormai era una donna padrona del proprio schifosissimo destino. Senza staccargli gli occhi di dosso gli slacciò i pantaloni, glielo tirò fuori e se lo infilò tra le cosce. Subito dopo entrambi cominciarono a muovere il bacino fingendo di non essersi mai feriti, odiati, separati. Traditi.
Tre settimane dopo si lasciarono, questa volta per sempre. Andrea smise (davvero) di farsi le canne e Aurora stabilì il primato di prima donna grassa bulimica della storia dei disturbi alimentari. Due settimane fa si sono incontrati per caso da Feltrinelli a Largo Argentina. Hanno fatto finta di non vedersi.
giovedì, 30 agosto 2007
8 settembre, 3 e 57 AM. Andrea si era addormentato da un paio d’ore quando con un sussulto si ritrovò, maglietta e slip, seduto sul letto.
“Non ce la faccio, é inutile non ce la faccio, fa troppo caldo, troppo”.
Aurora se n’era andata da più di un mese ormai e lui ancora non riusciva a farsene una ragione, questa era la verità. Il caldo c’entrava ben poco. Si poteva battere e sbattere, poteva ballare, bere 10 Tennet’s, fumare roba buona, andare a puttane, convincersi che Aurora era solo una stronza che l’aveva mollato senza un cazzo di motivo, ma non ci riusciva. Un motivo c’era, bisognava solo trovarlo. È da luglio che se la passava male… da quando Aurora aveva cominciato a lavorare a quel Pub dalle parti di Piazza Trilussa a Trastevere. Andrea odiava Trastevere, odiava i vicoli pieni di ristoranti per turisti, odiava gli attori disoccupati che la frequentavano e odiava Massimo il boss che aveva fin da subito messo gli occhi addosso alla sua ragazza. Se n’erano accorti tutti sgabelli e boccali di birra compresi.
E intanto stava male Andrea, dormiva poco, sentiva le farfalle nella pancia, non aveva appetito, aveva la tosse, il raffreddore e manco a dirlo non riusciva più a farsi le seghe.
“Mi ha lasciato un’altra volta e io non posso smettere di pensarla perché ho l’impressione di farle un torto…”
Non gli veniva duro, ormai non bastavano più i film con Brigitta Bulgari, i porno amatoriali scaricati da Limewire o la mano unta d’olio di semi vari. Per eccitarsi allora aveva cominciato a scavare nella memoria in cerca di immagini di quando faceva l’amore con Aurora, ma da qualche tempo quelle immagini (Aurora che gli mordeva il labbro inferiore proprio nel momento dell’orgasmo) lo facevano piangere. Piangere e basta. Così accantonava l’idea di masturbarsi e giocava alla Playstation fino all’alba del giorno dopo. Che poi non serviva manco questo. Tutto ciò che desiderava era starsene a letto con lei in un’orgia di coccole e parole d’amore, non massacrare di botte un energumeno con la testa di tigre.
“Dovrei odiarla e invece no, la porto ancora dentro. Mi ha lasciato e io non posso fare a meno di pensarla”.
Ora più che mai era convinto che l’amore fosse un grande, un grandissimo imbroglio …e intanto in città tutti gli parlavano di lei. Tutti, anche i muri e le canzoni, proprio come quel pezzo di Jovanotti.
“L’ho vista al Biscione, dietro Campo de’ Fiori, fumava insieme a Chiara e a un paio di manzi”
“È dimagrita sta bene…”
“Te credo è bulimica!”
“E però pure tu… dove la trovi una come Aurora? Dovevi tenertela stretta”
“Aurora è una ragazza strana… meglio perderla che trovarla”
"Le donne sono tutte strane"
“No, le donne so’ tutte zoccole!”
Andrea capì che la situazione era diventata davvero grave quando suo padre, per la prima volta in vita sua, cominciò a fare il padre.
“Pensa a te stesso figlio mio, se continui così sprofondi nel profondo. Ti conviene?”
Se c’era una cosa che Andrea detestava (oltre ad essere chiamato "figlio mio") erano le persone che lo consigliavano di pensare solo a sé stesso. Figuriamoci poi se “queste persone” erano suo padre. Cosa sarebbe successo a Roma se tutti avessero seguito quel consiglio? Spense nel portacenere il secondo spinello della giornata e pensò che… niente. Non sarebbe successo niente. In quel mondo lì tutti pensavano solo a sé stessi. Dov’era la novità? Si alzò in piedi nel centro della stanza e decise in quattro e quattr’otto di dare una svolta radicale alla propria vita. Nel giro di pochi giorni si sarebbe iscritto in palestra, avrebbe mangiato esclusivamemnte cibi sani e naturali e avrebbe smesso di farsi le canne. Tutto sembrava essere ritornato alla normalità. Finalmente si sentiva bene come non succedeva da tempo. Si preparò uno spinello per celebrare l’avvenuta guarigione.
Quattro ore più tardi per usare un modo di dire alla Aurora, le tenebre lo mangiarono e lo ricacarono. Andrea sentì su di sé la forza di dualismi incontrastabili. Abbandonare il dolore della perdita gli dava l’impressione di abbandonare Aurora stessa, così tirò fuori le fotografie di quel famoso week end alla sagra del cinghiale di Capalbio e si fece del male. Due minuti dopo cadde svenuto sul tappeto di Ikea da 29 euro e 99 centesimi. Nell’incoscienza del colpo tutto gli sembrò non avere più senso... le lacrime per Aurora non avevano più senso, la gelosia per Massimo non aveva più senso, l’amore non aveva più senso, la sua vita non aveva più senso. Si sentì piccolo e ridicolo come l’uomo al centro di una galassia che é solo una galassia in mezzo all’infinito… Non ne poteva più di spendere le giornate rivangando le parole di Aurora per cercare di carpirne significati reconditi dietro ogni aggettivo e ogni pausa tra un sostantivo e l’altro… anche perché i risultati erano stati sempre piuttosto insoddisfacenti. A 21 anni e mezzo Andrea aveva già capito che le donne erano un mistero dell’universo altrochè. Navigando in un buio accecante sentì le parole dei suoi amici frullargli il cervello. Parlavano quasi tutti di bellezza interiore, di rispettare le scelte degli altri, di non essere egoisti e di andare avanti. Immaginò di sorridere nel pensare suo padre che diceva l’opposto. Volò a un anno e mezzo prima quando Aurora lo lasciò per uno di Tarquinia. Quando dopo aver annoiato i soliti amici come stava succedendo ora, arrivò il giorno che fece perdere le proprie tracce, per poi ripresentarsi un pomeriggio con un sorriso da orecchio a orecchio come nulla fosse successo: “Sapete, Aurora c’ha ripensato… siamo tornati insieme HE HE HE”. “E l’etrusco?” “L’ha mollato. Era solo uno di passaggio?”
Di solito andava così, gli amici lo ascoltavano, si guardavano tra di loro e poi ridevano in coro o gli urlavano “coglione”. Anche se poi capitava che non glielo dicessero proprio apertamente “coglione” ad Andrea loro gli volevano bene sul serio, così "coglione" lo pensavano e basta. Insomma queste erano cose che, da quando mondo è mondo, si erano sempre dette alle spalle dell’interessato. Che poi Andrea lo sapeva cos’è che pensavano realmente, per questo manteneva l’entusiasmo a un livello molto basso. Cosa sarebbe successo se di lì a poco Aurora lo avrebbe rilasciato? Che cazzo avrebbe raccontato ai suoi amici? Aspettava una risposta da chissà quale voce interiore, quando si risvegliò. Non fu per via dei sali, nè dell’aceto, nè per via di un paio di sberle sulle guance. Fu un applauso a risvegliarlo. Un applauso seguito subito dopo da un giro di chitarra. “Occhi da orientale che raccontano emozioni, sguardo limpido di aprile di dolcissime illusioni, tutto scritto su di un viso che non riesce ad imparare come chiudere fra i denti almeno il suo dolore…” Era Daniele Silvestri. Era la suoneria del telefonino. Era il “motivo” che stava cercando. Era Aurora.
giovedì, 30 agosto 2007
Sesso in macchina come una puttana. C'è una prima volta per tutto, figurati se Aurora poteva evitarlo. 19 anni, capelli corti alla maschietta, occhi neri come due olive nere, naso all’insù. Lui si chiamava Massimo e aveva qualche anno in più di lei. Esordì fin da subito con modi gentili e cavallereschi e alla prima occasione si mostrò immediatamente un gran baciatore senza inibizioni e insicurezze. Quando poi finalmente decise di sbottonarsi la patta dei calzoni Aurora poté comprendere da cosa nasceva tutta quella "secumera". Un attrezzo enorme, roba dell’altro mondo. Non che fosse una condizione necessaria, ma vedere quel "batacchio" dritto e spavaldo vicino al suo viso le fece aumentare il desiderio. Perché Aurora il desiderio se lo portava sempre dietro. Una sorta di portachiavi, qualcosa da non dimenticare mai a casa o all’università.
“Eravamo fermi in una stradina dalle parti di Santa Sabina, Giardino degli Aranci. Gliel'ho preso in bocca, ormai inizio sempre così non mi fa più effetto. Massimo me lo spinse in direzione delle tonsille, non era molto comodo perché ero lì con la testa tra le gambe e il cambio, ma iniziava a piacermi… altrochè. D’un tratto sentii le sue mani bloccarmi a uovo il capo; impedendomi qualsiasi movimento cominciò a muoversi col bacino come se le mie labbra fossero la mia vagina. Sentivo i suoi testicoli sbattermi sul mento ripetutamente. Ero molto eccitata, lo volevo dentro di me”.
Massimo strinse le mani sul volante e chiuse gli occhi, più ci dava dentro e più arrancava braccato dal suo fiato di marlboro e limoncello. Forse doveva dar retta al cognato e riprendere a giocare a calcetto. Aurora invece pensò che nonostante tutto non era più una bambina. Non assomigliava più a sua madre, aveva le scarpe col tacco, aveva le unghie laccate e soprattutto aveva su di sè gli occhi di tutti gli uomini. Non c’era più motivo di chiudersi in bagno e vomitare la cena solo per liberarsi della propria anima. Quando gli chiese ”Hai un preservativo?” Massimo abbastanza turbato per l’interruzione fece "No" col capo. E poi a cosa diavolo gli serviva un preservativo visto che di lì a poco le avrebbe riempito la bocca di felicità?
“E allora come facciamo?”
“Continua così, ma vai fino giù”
"Dimmelo quando vieni"
"Sì, si... ma tu non ti fermare"
Il tempo di toccargli con la lingua quello che gli urologi chiamano glande e Massimo riprese a stantuffarle la bocca. Aurora sentì i muscoli del ragazzo contrarsi e con la bocca colma di saliva ritrasse la testa all’indietro. Massimo a quel punto le spinse con più vigore quel “coso” in gola e Aurora smise di essere padrona delle proprie azioni.
“Non potevo muovermi. Mi bloccò con forza fino a quando non venne nella mia bocca”.
Subito dopo Massimo la guardò con gli occhi di cerbiatto da cartone animato. Aurora tossì, e aperto lo sportello, sputò tutto in strada.
“Si è spostato per vedere quanta roba mi usciva dalla bocca. Aveva un'espressione sorpresa e orgogliosa come a dire: "Cazzo quanto sono maschio!"
Intanto una goccia di sperma dal mento le scivolò sulla poltrona di pelle nera e poi sulla punta della scarpa col tacco. Massimo immediatamente prese un fazzolettino dal vano porta oggetti e ripulì la seduta in tutta fretta. Solo dopo le sorrise e le offrì un cleenex.
"Scusami Aurora, non mi sono controllato"
"Riaccompagnami a casa"
"E' che mi piaci troppo"
“Sì come no!"
"Mi pulii il viso e sputai nel tovagliolo un misto di saliva e sbobba. Massimo riaccese il motore e guidò in direzione di casa mia”.
Silenzio, rumore, ambulanze, polizia, urgenza sangue. Gente che si scontra, odia, unisce, divide. Ristoranti, bar, gin tonic, nero, libanese, champagne, acqua in bottiglie di plastica, cocaina, vino in buste di cartone, puttane e ancora tradimenti, sotterfugi, sushi, mortadella, falafel, amatriciana. Parcheggi impossibili e autobus notturni. Pasticche, e discoteche, pusher e centri sociali, cene di lavoro e “meeting” e appuntamenti.
“Era sabato ed eravamo a Roma”.
Piazza Venezia, Via Nazionale, Esedra, Stazione Termini, alberghi albergacci alberghini poi finalmente Piazza Vittorio.
”Nessuno dei due disse niente. Ricordo solo la voce di Mojo che cantava "Lady hear me tonight" un pezzo che amavo fino a quella notte”.
"Lasciami qui, vicino al Mas”
"Sicuro, non è pericoloso?"
“Accosta”
Massimo fermò l’auto senza spegnere il motore, Aurora aprì lo sportello e scese in strada. Nessuno dei due sapeva cosa dire, poi Massimo perse la solita buona occasione per tacere.
“Aurora grazie, ti posso richiamare?"
Questa poi Aurora non l’aveva proprio immaginata... senza pensarci gli si rivoltò contro con una rabbia dentro che sembrava sua madre nei momenti in cui la detestava di più. Gli si avvicinò ed aprì lo sportello.
"Adesso caro stronzetto lo sai che fai?"
"Cosa?"
"Mi dai 100 euro"
"Che?"
"Mi hai trattato come una puttana, tanto vale che mi paghi"
"Ma dai, ti ho chiesto scusa"
"Scusa un cazzo. DAMMI 100 euro"
"Mi dispiace che l'hai presa così, non mi sono controllato, dispiace non so che dire"
"Chi ti dice niente. Tu fai quello che vuoi, basta che paghi"
“Era diventato bianco cianotico. Non capiva se stessi scherzando oppure no”
"Dici sul serio?"
"Caccia i soldi!"
Massimo di anni 32 alla 1 e 27 di lunedì 24 ottobre 2005 in quel di Piazza Vittorio, la China Town de noantri, mise mano al portafogli e tirò fuori una carta da cento euro fresca fresca di bancomat. Aurora sempre più simile a suo madre nei momenti peggiori, gliela strappò di mano e senza staccare gli occhi dai suoi occhi affondò il colpo finale: “Ricorda, ti ho fatto lo sconto. Dalla prossima volta per la bocca sono 200!"
Disgustato, forse impaurito, Massimo mise in moto e in meno di un paio di secondi lui e la sua X5 vennero inghiottiti dal buio dell’Esquilino. Aurora fece un paio di passi in direzione del portone di casa, pensò a quanto ancora assomigliasse a sua madre, si piegò sul pavimento, si ficcò due dita in gola e regalò ai topi e ai piccioni una bella porzione di linguine all’astice ancora non del tutto digerita. Cinque minuti dopo era in camera sua, si tolse le scarpe ancora macchiate e le ripose sotto al letto insieme al ricordo di quella notte.
In bagno il colluttorio fece il resto.
mercoledì, 29 agosto 2007
Ha telefonato Maria Elena che saranno state le due di notte. Attacca a parlare e finisce col dire che devo ringraziarla perché mi ha fatto un regalo. Manifesto disinteresse, ma insiste e non posso fare altro che accettare ...sennò che ci stavo a fare alla Mole Adriana, quando fuori é cattivo tempo e sta pure iniziando a piovere?
Il regalo di Maria Elena si chiama Giuseppe. E di Brescia. Ha 26 anni e non ha bisogno di lavorare per vivere. A vederlo non si direbbe, ma é così. Ci siamo conosciuti come da copione. Mi ha visto prima lui. Al telefono gli avevo detto che portavo uno cappellino rosso.
Ero affacciata verso il Tevere a chiedermi per quale cazzo di motivo avessi accettato di spendere minimo 3 ore della mia vita con un tipo che manco conosco, quando mi sento due colpetti sulla spalla.
Eppure mi ero imparata, lo so. I regali che Maria Elena mi manda sono tutti uguali. Fanciulli viziati, fuori forma e con le Church al piede. Tutti con lo stesso obiettivo: fare più soldi possibile.
Questo è più grande degli altri, ma invece di avere la barba maschia ha una muffetta sotto al mento. Non salirò mai in macchina con lui. Odio i ristoranti di lusso e poi stasera volevo andare al corso di giapponese che è pure gratis.
Ora siamo alla Mela Stregata, un bar alla fine di Corso Vittorio Emanuele, a bere caffè aromatizzato ai gusti più strani. Giuseppe é andato in bagno. Escluso un ciccione a stelle e strisce in attesa del cappuccino e un paio di studentelli con lo zaino, non c'é nessuno. Anche il lungotevere é stranamente poco trafficato. Vorrei andarmene. Penso che forse Courtney Love lo avrebbe fatto, cerco di trovare coraggio, ma é inutile, io non sono la vedova di una rockstar morto suicida.
L'idea di cenare con un uomo interessante e di bere vino barrique a strafottere mi piace, ma non con Giuseppe. Cazzo ha un nome da presepe. Credo sia l'unico Giuseppe del quartiere in questo momento. Non lo voglio sto favore. Sembra indipendente, ma anche psicotico e mi spaventa. Ha le unghie mangiucchiate fino alla carne e visto il mio stato attuale, un particolare come questo basta e avanza per seccarmela definitivamente. Niente più umori per tutta la vita. T'immagini?
Giuseppe ha tenuto a precisare che ha un attico a Via dei Giubbonari e magari dopo cena possiamo andare da lui a bere qualcosa?
Maddeche? NO WAY! Non voglio. A quest'ora vorrei essere in camera mia a smaltire la sbronza di ieri sera e magari essere baciata da un giovanottone che amo e che mi ama. Non mi interessano le chiacchiere inutili, sapere perché è venuto a Roma e per quanto tempo resterà. Non voglio neanche dirgli che ho un blog che ha superato le 200 mila visite perché se poi mi chiama blogger lo prendo a capocciate. Ora mi alzo e me ne vado. Ho i pantaloni larghi. Respiro mi guardo intorno con sofferenza, mando giù un sorso di caffè e mi fermo ad osservare una coppia di anziani seduta a un tavolo. Non li avevo visti prima, sembra gente del sudditalia. Lui ha le mani di uno che ha spaccato mattoni per una vita; lei il viso solcato da miglia di rughe di una che invece in quella vita lì, sé solo che disperata. Mangiano in silenzio due pizzette col salame. Hanno i denti perfetti, forse non sono del sudditalia.
Un addetto alle pulizie in pausa beve un succo di frutta e mi fissa le tette mentre una mosca si posa sul bordo della tazza. Alzo il polso e immediatamente la faccio volar via veloce come il piano che ho or ora architettato: Caro Giuseppe mia madre sta per partorire. Devo correre in ospedale. Ho perso le chiavi di casa. Dormirò da un'amica. Dispiace di non poter venire con te a cena. Ho lo candida, il vaiolo. Lo steptococco!
Penso al piano, ma subito subisco un'inversione di pensiero. Questo non é uno di quei momenti dove il protagonista della storia subisce un cambiamento e dopo aver optato una serie di scelte - sbagliate - finalmente compie l'introspezione e ritorna al pubblico trionfando eroicamente. No, é solo che di colpo tutto é sembrato riscaldato. Tutto, la mia vita compresa. E Giuseppe non é per niente male. O almeno non lo é per passarci una serata insieme. La mia attività sessuale ultimamente é piuttosto deprimente e se stanotte facessi sesso con Giuseppe mi andrebbe di lusso. Mi sbloccherei e forse potrei anche dormirci abbracciato. O magari niente. Scambiamo quelle quattro chiacchiere inutili sul motivo che l'ha spinto a venire qui a Roma e dormiamo a cucchiaio.
Cambio di programma: voglio Giuseppe, lo voglio nell'attico, lo voglio nudo e lo voglio adesso. Faremo l'amore per tutta la notte e domani mattina rideremo nel cercare le mie mutandine arrotolate sotto le lenzuola. Li ho visti gli occhi. Un uomo così, dopo un anno che ci scopi lo trovi bellissimo. Stai a vedere che Maria Elena il regalo me l'ha fatto davvero.
Il caffè ormai é freddo. I meridionali sono spariti e a quanto pare anche gli stundentelli hanno levato le tende. Un giovanotto passa lo straccio sul pavimento mentre una signora con le mani gonfie ordina un Fernet. Prima fai lo scontrino poi consumi.
L'impiegato in divisa si fa avanti e mi consiglia di mettere della cannella nel caffè. Rispondo che già l'ho fatto e che sono in attesa che il mio maschio ritorni dal bagno: "Dobbiamo andare a cena noi 2" gli dico tutta impettita.
"Quale bagno?"
"Il vostro bagno perché?"
"L'ho appena chiuso, l'ho pulito. Non c'era nessuno"
"Impossibile, dentro c'è Giuseppe"
"Non c'era nessuno"
Vado a controllare. Ha ragione. Non c'é nessuno, né in quello delle donne né in quello degli uomini. Resto di merda.
"Magari è andato a spostare la macchina. Che avete parcheggiato in seconda fila?"
Guardo fuori dalla finestra.
"Ah, sì eccolo lì". Sorrido, saluto e mi avvio verso l'uscita. Naturalmente non è vero. Giuseppe non c'è. Se n'è andato e non ritornerà mai più.
In strada il cielo è nero, fa freddo e vorrei ci fosse il sole. Un uomo di mezza età basso e scuro suona blue jazz al sax. Bel momento di merda per ascoltare blue jazz, ma la musica mi piace, così mi appoggio sul cofano di una Ford Focus e mi regalo l'idea di vivere nel miglior mondo possibile.
Giuseppe mi ha mollato prima di conoscermi, forse non si è accorto delle fossette che ho in fondo alla schiena o semplicemente comincio anch'io a perdere colpi. Il sax é un gran bello strumento, esalta gli stati d'animo proprio come il vino. Penso che me ne resterò qui ancora per un po'. Le delusioni ci rendono tristi e violenti, ma il lungotevere è il lungotevere, entro pochi minuti tutti ci saremo sentiti meglio.
mercoledì, 29 agosto 2007
La prossima è la tua fermata. L'autista rallenta si ferma e apre le porte. Scendi, ma subito sei spinta dentro da una donna romana con le caviglie gonfie.
"Signora non lo sa che prima di salire è buona creanza far scendere i passeggeri che devono SCENDERE porca troia?"
"Che è nervosa signorina?"
Sono tutte uguali. Nel mio palazzo ne abitano un paio. Vestagliacccia, croce al collo, mani unte, ceramiche sopra la televisione e centrini in ogni dove. Mia nonna aveva persino un centrino per il centrino. E poi la cosa che adoro di più: cominciano ogni discorso con il "Che".
"Che me apre il portone?"
"Che deve entrare?"
"Che è lei che lascia sempre la porta dell'ascensore aperta?"
"Che è lei che suona il piano alle tre di notte?"
"Sì sono io e allora?"
Giornate passate a casa a non far nulla. Non fosse per il vino barrique, mi sentirei una povera disgraziata... o magari sono una povera disgraziata che beve vino affinato in barrique
che poi manco sono sicura che sia stagionato in botti di rovere. Magari qualche stronzo d'imprenditore c'ha solo messo dentro della segatura.
Qualche settimana fa dicevo di essermi innamorata, non ho spiattellato quest'ultima storia sul blog perché un po' ci tenevo
adesso che se n'è andato come il Marco della Pausini e quel treno delle sette e trenta senza lui è un cuore di metallo senza l'anima, mi sento una ragazzina con gli occhiali spessi che ha creduto a un perfetto sconosciuto.
Mi viene in mente un pensiero che avevo buttato giù qualche settimana fa: le donne trattano gli uomini come le caccole del naso. Fanno fatica per prenderli, poi una volta tra le mani, ci giocherellano un po' e li buttano via. Oggi l'ho riscritto al contrario. Uomini bastardi.
Voi magari penserete che ho imparato la lezione... maddechè! Io amo credere nei perfetti sconosciuti. Non finisce mica qui. Altri ne arrivereanno e altri mi lasceranno. Il gioco mi piace anche se fa male e nessuno mi toglierà dalla testa che ne vale la pena altrochè.
mercoledì, 29 agosto 2007
Tutto intorno c'è il centro di Roma. Una Roma diversa dalla periferia. Tanto per cominciare la luce è gialla e non bianca, per terra ci sono i sampietrini e non l'asfalto e come ti giri è un continuo di bangladesh che vendono rose e scattano Polaroid. Sono quasi tutti effeminati e ubriachi, però sorridono sempre e quando dico sempre è sempre sempre.
Nel marasma di bar e baretti negli ultimi anni nati come funghi ce n'è uno con deejay set, i divanetti, le lucette colorate e ovviamente il bancone del bar. Da bere costa quanto una pizza e da mangiare non hanno nulla se non noccioline, mais tostato e patatine. Che poi il mais non è nemmeno quello spagnolo carico di ogm come piace a me. Più che altro direi che lo pigliano al discount.
Il posto è un bar per americane in cerca di cazzo e americani in cerca di sbronze, tutto il resto è relativo.
Io ci sono stata qualche tempo fa con un mio ex compagno di classe. Il suo nome è Rizzi. Il cognome non ve lo dico, figurati. A dirla tutta manco Rizzi è il nome vero.
Rizzi suona il basso in un gruppo Ska, ha scritto qualche bel pezzo reggae romano ed ha le carte in regola per avere tutte le donne che vuole. Non è bello, ma sa il fatto suo. È maschio, è uomo, è un brutto che piace. A me no, però a vedere gli sguardi delle romane, piace.
In questa storia c'è anche una ragazza che si chiama Laura. Laura ha 27 anni, lavora come cameriera al bar e prima di mettere piede nel locale non l'avevo mai vista prima. Ha comunque un bel paio di tette, direi una quarta
ad essere pignole è un po in carne, s'è pure rifatta il naso, ma sul culo non si discute e neanche sugli occhi. Le brillano che pare ci abbia messo su del lucidalabbra.
A dire la verità Laura non è proprio una cameriera. Non serve ai tavoli e non ti toglie il bicchiere da sotto al naso quando ti sei sgolata fino l'ultimo goccio
Laura si limita a girare con un cinturone armata di Tequila e Schweppes. I clienti le sbirciano tette e culo e lei gli rifila shortini di bum bum a 4 euro l'uno.
Entriamo nel locale verso mezzanotte o giù di lì. Come vede Rizzi la nostra bella pistolera si blocca come per dire: "Cazzo me lo farei". Insomma questo è almeno quello che penso io di fronte a uno che mi piace.
"Rizzi, secondo me si è già bagnata nelle mutandine"
"Chiara smettila"
"Ce lo vuole"
"Dici?"
"Ma sì"
"Una botta je la darei"
"Anch'io"
"Ti adoro"
"Perché sono una ragazza che parla di sesso apertamente?"
"No. Ti adoro perché sei una ragazza e fai sesso apertamente"
"E tu che ne sai?"
"L'ho letto sul blog"
"Ah, già. È vero"
"Tequila?"
Mi volto. È Laura. Subito le presento il mio amico.
"Lui è Rizzi. Io sono Chiara. Siamo solo amici"
Laura sorride senza staccare gli occhi da Rizzi. Ce lo vuole, ormai s'è capito.
Rizzi ordina due tequile e Laura si dà da fare per acchittarle. Mando giù prima io, poi lui. L'espressione di entrambi è quella di un neonato che assaggia per la prima volta il limone. Lo so perché quando mio fratello era piccolo questo era il mio dispetto preferito.
Sono un paio d'anni ormai che il pensiero ricorrente dopo aver mandato giù tutto d'un fiato della tequila è sempre lo stesso: "Chi cazzo me l'ha fatto fare porca troia zozza"
Due ore più tardi.
Camera mia. La stanza nel cuore del quartiere Parione è spaziosa ed ha i soffitti alti 7 metri e mezzo. Lo so, sono una ragazzina ricca e viziata. Anzi no, sono una ragazzina, ricca, viziata e anche un po' mignatta. Anzi no, non è nemmeno questo. Perché io non sono niente e non sono nessuno. E non chiedetemi cazzo vuol dire perché non lo so.
Comunque torniamo a noi. Camera mia. La stanza nel quartiere Parione è spaziosa ed ha i soffitti alti 7 metri e mezzo. Da una finestra entra la luce di un lampione; è una luce gialla ai sali di sodio credo. Un mio amico dice che è la stessa che ti serve per crescere la maria in casa, solo che consuma un botto di luce quindi dice sempre lui "la mejo cosa so i neon, non consumano un cazzo".
Vabeh. Ritorniamo a noi. Camera mia. La stanza nel quartiere Parione è spaziosa ed ha i soffitti alti 7 metri e mezzo. Rizzi suona la chitarra, Laura canta sulla base. Chiara che poi sono io ovvio, è sdraiata sul letto e fuma avidamente uno spinello d'erba non cresciuta in casa, ma comprata al Villaggio Globale di Testaccio. 10 euro per due canne che sapevano pure di candeggina.
La canzone che sentiamo/cantiamo/suoniamo è "I'm like a bird" di Nelly Furtado, poi Rizzi e Laura cominciano a baciarsi sul mio letto e io ho dovuto dormire sul divano. E pensare che avrei pure partecipato volentieri.
mercoledì, 29 agosto 2007
Il primo desiderio di zio Manfredi, quando aveva cominciato a pensare a quel genere di cose, era stato intrufolarsi nel letto della nipote dodicenne e fare l'amore con lei. La storia gli sembrava però troppo pericolosa, così si limitò ad avere solo fantasie fino a che un giorno commise l'errore di tirarselo fuori. Maria Elena restò di stucco per qualche secondo dopodichè gli mollò un calcio sullo stinco e scappò via.
Che poi, a quanto pare, il calcio non andò del tutto a segno, perché Manfredi era solito portare gli stivaletti con la zip laterale così brutti, ma così provvidenziali in quella giornata di tanti anni fa.
Quando andammo a trovarlo in ospedale, dio sa perché, avevo l'impressione che negasse, ma sbagliavo. La paura della morte riesce a rendere tutto banale, persino una zozzeria di quel genere. Manfredi non negò. Non c'era nulla di sbagliato nel suo desiderio, almeno questo è ciò che fece intendere.
Aveva gli occhi opachi e non avvertiva nessun pudore. Ci guardava fisso entrambe, e nessuno mi toglie dalla testa che sotto sotto gli era persino venuta in mente l'idea ideuzza di scoparci tutte e due, magari vestite da infermiere.
Rimanemmo in silenzio per alcuni secondi, poi d'un tratto qualcosa cambiò. Maria Elena senza dire nulla si avvicinò alla finestra, scostò di qualche centimetro la tenda per vedere fuori e ritornò verso Manfredi.
"L'hai fatto con qualcun altra?"
"No, solo con te"
"Perché?"
"Mi piacevi da morire"
"Avevo 12 anni"
"Dio com'eri bella"
C'era puzza di detergente e minestrone e cominciava a girarmi la testa. Volevo cogliere la morte nello sguardo dell'uomo, ma non mi riuscì così presi fiato e dissi la frase che avevo ripetuto nella mia mente durante tutto il tragitto da casa all'ospedale.
"Spero che il cancro la uccida quanto prima". Ah finalmente, l'avevo detto. Senza paura, senza sensi di colpa, senza vergogna. "Crepa figlio di puttana!". Mi sentii un'eroina di uno di quei film western anni 50.
Lasciai la stanza senza vedere la reazione di Manfredi, Maria Elena invece rimase dentro ancora per cinque, dieci minuti. Li sentivo parlare, ma cosa si sono detti lo sanno solo Manfredi e Maria Elena.
Ero seduta sul muretto accanto al motorino. Maria Elena apparve da dietro la siepe e mi sorrise.
"Maria Elena?"
"Sì?"
"Oggi un tipo sul blog mi ha criticato perché per lui sono a favore della pena di morte"
"Tu non sei a favore della pena di morte"
"Lo so"
"Chiara ti dispiace se guidi tu?"
"Non ho provato pena per lo zio
"
"Nemmeno io!"
"Poverino però
"
"Avevo 12 anni"
"Che bastardo! Hai ragione"
"Ti va un gelato?"
"Con questo freddo?"
"A me va"
"Va bene, ma guida tu"
mercoledì, 29 agosto 2007
Come sanno tutti coloro che mi conoscono, non sono una tipa tranquilla. Non so nemmeno cosa voglia dire. Ho sempre tifato per i cattivi, gli stronzi, gli emarginati. Non mi piacciono quelli col Cayenne, la cravatta o l'auricolare all'orecchio. Mi piacciono gli scrittori complessati, i nomadi, le puttane, i disadattati. Per quanto sia giovane ho capito che preferisco sopravvivere piuttosto che vivere.
Vado anche matta per i pazzi, i disperati, quelli che non hanno regole, quelli che se ne fottono di tutto e di tutti. Quelli che fanno pipì agli angoli delle strade, che dormono fuori l'ingresso di una banca ed hanno il corpo segnato da cicatrici. Dentro e fuori. Mi sento molto di più a mio agio con loro che con chiunque si sia integrato in società. Non soffro le regole, la morale, la religione, il perbenismo.
Un paio di anni fa io e Maria Elena, come spesso accadeva, saltammo la scuola. Ce ne stavamo a casa sua a fumare erba e bere succo di frutta al pompelmo. Non avevamo un futuro. Non volevamo un futuro. Volevamo solo starcene lì sdraiate a ridere senza motivo di fronte al televisore spento o magari mangiare un panino con provola, Nutella e alici. La chiamano fame chimica.
Maria Elena era un po' sulle sue, per via dell'ultima volta quando avemmo un approccio non proprio eterosessuale. Chi ha letto il post dei funghi sa che ci siamo baciate per un bel po'. Solo saliva e lingua, ma è bastato per farci capire che alle volte i maschi possono essere degnamente sostituiti.
"Sei la mia migliore amica" disse Maria Elena. "Sei allegra, sei un dono della vita".
"Insomma" dissi.
"E una fortuna averti conosciuto"
"Anche per me lo è"
"Voglio dirti una cosa che non ho mai detto a nessuno"
"Allora non dirla neanche a me, ti prego"
"Avevo 12 anni, mio zio, il fratello di mio padre mi ha preso la mano e se l'è messa proprio lì"
"E ti è piaciuto?"
"Ma che dici?"
"Scherzavo, scusa"
"Ce l'aveva duro e se lo tirò fuori dicendo che stava per farmi vedere il suo segreto. Mi teneva stretto il polso, io sono riuscita comunque a liberarmi, così gli ho mollato un calcio sullo stinco. Poi sono corsa in cucina dagli altri"
"Figlio di puttana"
"Avevo12 anni"
"L'hai detto a qualcuno?"
"A te"
"A parte me"
"No"
"Senti un po'
vogliamo telefonargli?"
"Perché?"
"Lo insultiamo"
"Chiama tu, a me sale l'ansia solo se penso che dovrò rivederlo a Natale"
Maria Elena era seduta sul divano bianco a tre posti. Io mi stavo dirigendo verso la cucina per prendere altro succo di pompelmo. Mi voltai e la baciai sul collo. Ebbe un sussulto improvviso, poi si alzò e mi baciò sulla bocca. Non mi aspettavo che facesse altro, ma infilò le mani nelle mutandine. Cominciai a toccarle il seno mentre labbra e lingua si cercavano come raramente mi è successo con un ragazzo. Ho infilato la mano nei sui jeans e come ho sentito i primi peli del pube ha cominciato a battermi forte il cuore. Eravamo pronte a spogliarci di tutti gli abiti e ficcarci a letto quando squillò il telefono.
In un secondo tornammo composte. Maria Elena alzò la cornetta.
"Pronto?"
"Buongiorno, la Signora xxxxx? Qui è L'Istituto xxxxx"
"Sono io mi dica
"
"Volevamo informarla che sua figlia Maria Elena oggi non è venuta a scuola"
"Lo so, doveva fare delle analisi"
"Siccome è assente anche Chiara xxxxx, abbiamo pensato che magari
"
"Avete pensato male, Chiara l'ha accompagnata. Sono inseparabili quelle due"
"Va bene, scusi tanto"
"Arrivederci"
"Di nuovo"
Maria Elena riattaccò e scoppiò a ridere.
Qualche istante dopo me ne stavo seduta sulla poltrona bianca a tre posti a bere succo di pompelmo e fumare erba, cercando di ricordare se mia madre era a casa oppure no.
Dovevo dirle che avevo saltato la scuola? Decisi di no, me la sarei rischiata, e poi per quello che poteva importargliene.
"Chiamiamolo" disse Maria Elena.
"Chi?"
"Mio zio"
Le passai la canna e lei si sedette accanto a me.
"E uno schifoso" aggiunse.
"Certo che lo è"
"Come possiamo fargliela ripagare?"
"Non mi istigare che poi divento perfida, lo sai"
"Tipo?"
"Telecamera
gli fai credere che ci stai e poi lo sputtani durante il cenone di Natale"
"Perfida!"
"Ha figli?"
"Sì, due"
"Dammi il numero"
"Guarda nell'agenda accanto al telefono. Manfredi xxxxx"
Composi il numero del cellulare attenta nel digitare prima #31# per nascondere il mio di numero. Rispose una voce stanca e raffreddata.
"Pronto?"
"Dovrebbero ucciderla" dissi, poi riattaccai.
Maria Elena spipò gli occhi. Non sapeva se ridere o piangere. L'erba prese il sopravvento. Scoppiò a ridere.
Me ne tornai a casa in bicicletta. Poche cose mi piacciono come pedalare fatta d'erba in quel di Ferrara con nelle orecchie le cuffiette dell'iPod.
La mattina dopo verso le sette e mezza mi svegliai con lo squillo del cellulare. Era Maria Elena.
"Zio Manfredi ha il cancro ai polmoni. Pare che le cellule malate gli abbiano divorato mezzo fegato"
"Che vuoi fare?"
"Fargli visita, se ammette di aver fatto quello che ha fatto non diremo niente a nessuno, altrimenti infangheremo la sua memoria. Senza pietà".
"Mi pare giusto"
"Mi accompagni"
"Certo"
"Grazie"
"E di che!"
mercoledì, 29 agosto 2007
Questo post è su niente. A me piace fare l'amore dove i movimenti sono quasi nulli, dove il respiro è lento e pesante, dove non succede niente a parte l'unione di due corpi, l'uno dentro l'altro.
Quei fotogrammi separati dove ogni minimo movimento esalta calore e sensibilità, l'idillio di immagini e musica fusi in uno stile personale e inimitabile.
L'immagine sceglietela voi, io ho scelto la canzone. Niente di particolarmente raffinato: è "Waiting in Vain" di Bob Marley.
L'ho sentita dalle cuffiette di un attore romano che ho conosciuto la sera del 24 dicembre 2005 al JFK Airport di New York. Ero in attesa di prendere un aereo per Roma, poi l'ho visto e subito ci siamo presentati. Gli italiani all'estero sono così. Si odiano, ma si cercano.
Tempo un paio di birre e addio Natale, addio regali, addio folla nei negozi, addio auguri via sms, addio lucette colorate e addio ipocrisia. Bob Marley l'uomo che ha inventato le canne - è un bel modo di fuggire le feste. Lo consiglio a tutti.
Seduti sulla moquette all'uscita C24 io e Leonardo conosciuto per caso al Duty Free Shop abbiamo passato la sera a bere. Abbiamo giocato a una versione rivisitata di nomi cose animali e città. Rivisitata nel senso che era: scrittori, personaggi di cartoni animati, soprannomi romani e giocattoli anni 80.
Quando è uscita la lettera U e ho scritto UFOSOLAR ho goduto come raramente mi capita. Poi 5 ore più tardi ecco finalmente l'imbarco. Stesso aereo, ma in posti diversi. Di tanto in tanto il fanciullo mi guardava e io sorridevo.
Natale passato fuori dal mondo l'anno scorso, non come adesso che sono a Roma e c'è tanta di quella gente che dio la manda e vorrei proprio sparissero e vorrei vedere Maria Elena, la mia amichetta storica e vorrei riavere la bicicletta che mi hanno rubato a Largo Argentina.
Turisti e turisti. Volti devoti allo stronzissimo spirito di conservazione e niente più. Sfacciataggine e arroganza a buon mercato. Signore e signori che trascinano un passeggino che piange e una quotidianità che quaglia cervello e pensieri in qualcosa di diverso che di rado funziona.
La gente di Roma mi piace, ma non mi piace vederla stasera, qui tra i vicoli del centro per un paio dore e poi di corsa a casa a non parlare, a non amare, a non scopare, a non vivere.
Bollette da pagare e catechismo ci inseguono tutti, ma da stasera - per quanto mi riguarda - faticheranno a starmi dietro. Fatele correre anche voi.
Buon rientro.
mercoledì, 22 agosto 2007
Mi scrive la zia da Los Angeles, luci della ribalta su Tara Conner, miss Usa, che ha rischiato di perdere il titolo per il vizio di bere senza avere l'età prevista dalla legge americana. Pare che l'altra notte nonostante tutto abbia fatto un'apparizione allo Sky Bar di Los Angeles e la città sè fermata. Il deejay ha sparato subito a manetta "Say it right" di Nelly Furtado e il bar ha finito le scorte di Martini. Una cafonata d'altri tempi se ci pensi, ma se la fanno loro - gli americani - tutto cambia. Vieni catapultato subito nel mito e cominci a viaggiare su altre visioni.
"Tesoro comè vivere a Roma?"
"È bellissimo mamma. È come se fosse la mia città da sempre"
"Allora raccogli quante più emozioni è possibile"
"Lo sto facendo mamma"
In quanto a visioni, questa è la mia di come vorrei che fosse il rapporto con mia madre.
Quanto segue invece è la visione di mia madre
che poi altro non è che la nostra condizione attuale.
"Ancora non ti sei stancata di vivere in quella città?"
"Nossignore"
"E tuo padre? Ancora con quella ragazzina?"
"Non lo so?"
"Vabeh ti chiamo domani, stai attenta"
"Ciao mamma"
"Ciao tesoro"
Visioni opposte che infatti generano di-visioni. Dicono che è sempre stato così, ma io non me lo ricordo e poi "tesoro" dechè?
mercoledì, 22 agosto 2007
I tassinari a Roma sono tutti ladri. Scovarne uno onesto è raro come rinvenire ironia in un post di Violet.
I trucchetti che di solito usano per spillarti più soldi sono in genere un paio. Il primo è applicare la tariffa 2 - quella destinata ai percorsi extra urbani - anche in città e il secondo è approfittare della distrazione del cliente e caricare sul tassametro la maggiorazione supplemento bagagli. Sono più o meno 3 euro o giù di lì.
Il tipo di qualche giorno fa però ha superato qualsiasi immaginazione. Mi fa salire a bordo della sua Fiat Multipla a Largo Argentina. Ero diretta a Via Tiepolo a casa di Ginevra. Non è lontano, ma neanche vicino. In motorino di solito ci metto 10 minuti, non di più.
Senza vergogna il taxi driver mi informa che, essendo agosto, calcolerà il costo della corsa a forfait e non col tassametro. Spenderò circa 25 euro. Figurati.
Gli rispondo subito che è una truffa e non glielo dico nemmeno educatamente, così balbetta qualcosa e ritorna sui suoi passi. L'idea non è stata sua, ma dei suoi colleghi. "Lo fanno tutti" mi dice. Il solito scaricabarili. La prerogativa essenziale per essere italiano.
Quando arriviamo comunque il tassametro segna 7 euro e 15 centesimi, gliene dò 6 e 95 e tutti in monete.
Ecco di seguito la Top Ten dei motivi per cui mi stanno sulle palle i tassinari:
10. In estate non c'è nessuno che voglia accendere l'aria condizionata.
9. Fumano in macchina.
8. Pippano.
7. Sono razzisti.
6. Sono lobbisti.
5. Truffano la gente, soprattutto i turisti.
4. Sono tutti dei chiagni e fotti.
3. Si fermano appena scatta il semaforo arancione.
2. Fanno la strada più lunga.
1. Non rispettano i pedoni.
Dispiace per il Governo che abbia subito rinunciato allo smantellamento di questa lobby. Daccordo la liberalizzazione delle licenze avrebbe reso priva di valore la licenza stessa. Una sorta di liquidazione del tassinaro che una volta andato in pensione può sempre rivendersela ricavando una cifra intorno ai 160, 170 mila euro, ma insomma, avrebbe aperto il mercato e sicuramente migliorato il servizio
e poi per fare queste benedette riforme, da qualche parte bisogna pur iniziare.
Ho generalizzato lo so, ma del resto so anche che le generalizzazioni sono come i paradossi. Più sono smisurati e esagerati e più si avvicinano alla realtà. Adesso qualcuno se ne verrà fuori con una di quelle storie alla libro cuore in cui, lo zio, il nonno, il marito, il cognato o l'amico hanno fatto i tassinari onesti per tutta la vita e sono morti con un cancro alla prostata
bè che dire, mi dispiace. Ma dispiace anche di essere presa per il culo. A voi no?
mercoledì, 22 agosto 2007
mercoledì, 22 agosto 2007
La differenza tra l'oceano e il mare è più o meno la stessa che passa tra il caffè e l'orzo. Il mare ha solo un pregio, copre tutti i rumori tranne uno, la voce dei bambini. Il Pacifico invece non si ferma davanti a nulla. A Malibu per esempio, se fai silenzio, senti solo le onde. Niente di più. Niente di meno.
Lui è considerato il re dell'elettronica olandese. I suoi bassi hanno fatto muovere il culo a mezzo mondo. "Something for your mind" è un classico della musica techno. Non ricopre la stessa posizione in classifica che ha "I will survive" nella musica disco, ma ci si avvicina di un po'.
Il genio viene da Amsterdam e si chiama Speedy J. "Pullover" è della seconda metà degli anni 90 e devi per forza di cose ascoltarla a tutto volume.
L'inizio è rassicurante e sfumato, ma dura poco perchè in quattro e quattro otto i giochi si fanno subito duri. Povera di regole, ti ritrovi a marciare a ritmo di sirene e antifurti stonati. Smarrita in un mondo di acuti cerchi di capire da dove arrivino le ambulanze, ma è inutile perchè di colpo sei investita da un tir. Il vocio soffocato delle commari accompagna i tuoi passi, ma c'è talmente tanta luce che devi chiudere gli occhi e affidarti alle orecchie perché a quanto pare qualcuno ha già deciso per te. E quel qualcuno manco a dirlo è Speedy J.
La musica elettronica è i suoi dee jay. Uomini magri con le occhiaie che spendono tre quarti della loro vita - davanti a Macintosh full optional - a creare qualcosa di buono. Quelli che ci riescono sono pochi, ma ogni tanto qualcuno trova la combinazione esatta e allora stai tranquillo che qualcosa di interessante dentro ce la trovi. Come in questo momento, sola - di nuovo in piazza - avvolta da uno sciame di frastuono e ironia.
Quando si dice "La vita". L'essenza dell'euforia, giri la terra in lungo e largo per trovarla e poi viene fuori da un vinile comprato in un negozio di dischi usati dietro la spiaggia di Malibu. Manco volevo comprarlo. Prezzo di copertina 9 dollari. Logo adesivo e tachicardia in omaggio. Il resto te lo offre Speedy J senza fare sconti.
Attendo la marea. Attendo l’amore.
mercoledì, 22 agosto 2007
Ore 14… quasi e 30, sono a Corso Vittorio Emanuele in un internet point di fronte alla Chiesa Nuova. Odio Infostrada e odio il call center di Infostrada. È da ieri che l’adsl non funziona ed è da ieri che sono in attesa di parlare con qualche operatore figlio di puttana. E pensare poi che sono anche scesa in piazza per difenderli dalla precarietà in cui erano sommersi. Fanculo anche Aldo, Giovanni e Giacomo, non dategli retta e fuggite a gambe levate da questa compagnia telefonica.
Il proprietario del negozio in cui mi trovo in questo momento è un po' effeminato, ma simpatico. Anzi è un po’ simpatico, ma effeminato. Ha un cane carlino che mi gironzola intorno e non è l’unico. Sono ubriaca e forse è per questo che gironzolano anche le pareti, i computer e i telefoni con le loro cabine e i bangladesh all'interno.
Io, Sara e Barbara abbiamo pranzato da Francesco a Piazza del Fico dove ho preso una gricia col tartufo e bevuto almeno un litro di vino bianco in uno di quei bicchierozzi di vetro graffiato che hanno solo da queste parti. Forse da Francesco è una delle migliori trattorie della zona, soprattutto a pranzo, quando in cucina c'è una cuoca d’altri tempi e i primi piatti e il maialino di norcia ti fanno urlare "evviva Roma". Anche ciò che indosso oggi ti fa urlare evviva evviva. Minigonna di jeans e calze verdi stile Irma la dolce. Nessuno può resistermi. Ah, a proposito, ho rispolverato le Doc Marteens, era almeno un anno che non le mettevo. Le adoro ancora come il primo giorno… mi fanno sentire diseredata e desiderata.
Sara ama la poesia, è bella da togliere il fiato, ma deve essersi persa la femminilità in qualche dove. Barbara è ninfomane. Parla solo di sesso… che poi non è vero manco questo. Parla solo di cazzo. Misure, durata, circonferenza, resistenza e vattelappesca che altro. A differenza di tutti coloro che ne parlano e basta lei lo fa. Come diceva nonna "'sta sempre a fa n'arte". Beata lei.
Tra 5 minuti saremo a Campo de' Fiori per continuare a bere alla Vineria e canticchiare il motivo della canzone di oggi: "1979” degli Smashing Pumpkins.
“Shakedown 1979 Cool kids never have the time On a live wire right up off the street You and I should meet Junebug skipping like a stone With the headlights pointed at the dawn We were sure we'd never see an end to it all…”
Ho spento il telefonino, la musica sale, il vino scende, i pensieri fuggono via come i fidanzati che la mattina mi promettono amore eterno e la sera “se danno”.
Sono comunque felice, c’è il sole e Giordano Bruno se la ride. Cosa chiedere di più? Un Lucano? Già fatto!
mercoledì, 22 agosto 2007
Repubblica.it alle ore 23 e 34 di un venerdì caldo, ma assolutamente anonimo. Leggo i titoli sullo schermo, provo a riderci su ma non mi viene; allora comincio daccapo. Provo a scrivere un post, ma subito smetto.
Finisco di fumare quello che stavo fumando e mi sposto su una chat per adulti. Roba dell'altro mondo.
L'idea è quella di mettere in contatto persone che cercano sesso, ma è solo l'idea perchè nessuno o quasi s'incontra. Certo poi il matto che si dà appuntamento con una tipa conosciuta in rete della quale non sa assolutamente niente lo trovi sempre, ma sono rarità. Ci sono stanze per tutti i generi. Chiunque può trovare in linea persone con cui condividere gli stessi interessi. Uomini che amano farsi cagare in bocca dalla moglie di un altro tanto per dirne uno. Oppure sesso con donne mestruate piuttosto che incontri fugaci in piazzole di servizio lungo la Roma Firenze. Che poi non ha senso. Ti dai appuntamento con un perfetto sconosciuto con il quale si presuma dovrai di lì a poco fare sesso. Cazzo se non è follia questa. Mancanza totale di sanità mentale. Eppure di gente così ce n'è a bizzeffe. Chi mi conosce sa che tutto posso essere tranne moralista e/o bigotta, però leggere le depravazioni della gente stasera mi ha messo di cattivo umore. Anche sapere che Michela Brambilla è il nuovo alias di Berlusconi mi ha messo di cattivo umore, ma questo - come si suol dire - è un altro post.
mercoledì, 22 agosto 2007
Funari lo chiamerebbe il fascino della reclame, ma alla fine è solo astuzia. Voi potete chiamarla come meglio credete, tanto benchè se ne dica, la pubblicità è un trip. A dar retta a loro siamo cessi ambulanti pieni di peli e con la diarrea. Zombie coperti di rughe e smagliature con denti gialli di sigaretta e l'alito puzzolente.
Te ne stavi tranquilla tranquilla a farti gli affari del Dottor Gregory House quando puff... consigli per gli acquisti. E poi dice che uno si scarica le puntate da Limewire. Se sai l'inglese, altrimenti te le vedi lo stesso, non capisci un cazzo, ma fingi con gli altri e soprattutto con te stesso di capire alla perfezione. Li adoro i tipi così. Banalità più banalità più banalità più banalita più banalità periodico. Che poi scaricarsi le robe gratis da internet è una gran ficata. E non avrei potuto scriverlo in modo migliore. Dispiace per il copyright e gli autori, ma è così.
L'omino si avvicina spavaldo, la verginella gli chiede se vuole salire e il tipetto a fior di naso le urla "Ma vieni...". Pubblicizzano mentine extraforteincazzatissime. Le Frisk! Non aver paura di aprir bocca! Sanno il fatto loro. Durano poco, ma quando durano le senti e puoi dire addio all'ansia d'alitosi. Certo, poi ci sono i casi disperati, ma qui entriamo nel campo delle Fisherman's Friend.
L'amico del pescatore. Un titolo da romanzo per il nemico numero uno dell'alito galoppante. Compresse ovoidali di mentolo e menta fredda piperita. Viva! Non c'è germe che tenga. Una roba alla WC net. La polvere che non graffia! Perchè dico questo? Non lo so, anzi non me lo ricordoo. La verità è che la notte scorsa, porca puttana troia è successo un'altra fottutissima volta.
Perchè? Chi me lo doveva dire a me, perchè proprio adesso? Insomma la faccio breve. I'm falling in love again. Sì cazzo è vero. è successo eghein. Dicevano che amore e sonno vanno a braccetto. Nel senso che non sei tu a trovare loro, ma sono loro a sorprendere te. E sto ragazzetto - come direbbe mi' nonna - è tanto caruccio! Gioca pure a golf. Ed ecco che subito state a pensà ettepareva ci risiamo. La solita solfa. Ti pare che Chiara Fuori la dava a uno povero? E invece no. Sbagliate. Perchè non gioca a golf, ma fa il magazziniere. Ah, ecco ettepareva un'altra volta. Ti pare che Chiara Fuori non si faceva scopare da 'no zozzo senza 'na lira? Deve fa' sempre la strana quella.
Brutta roba i pregiudizi. Non li smantelli mica in due giorni. Ci vogliono anni e anni... e a me fa tanta tristezza, perchè anch'io sono così. E non voglio non voglio non voglio.
mercoledì, 22 agosto 2007
Pioggia e vento freddo. Clima rigido l'anno scorso a Roma, quando i proprietari di bar e ristoranti avevano il loro bel da fare con funghi e lampade riscaldanti. Che poi se non mandi giù una bottiglia di rosso te ne stai lo stesso tutta intirizzita a tremare sulla seggiola.
Sirene spiegate a Ponte Garibaldi. Pompieri, fluviale, protezione civile e una fiumana di occhietti curiosi. Un tipo sera buttato giù due ponti prima e qualcuno aveva pensato bene di attenderlo all'altezza dell'Isola Tiberina.
Tra la folla di voyeur c'ero anch'io attenta a qualsiasi oggetto trasportato dal fiume: bottiglie di plastica, tronchi d'albero, palloni, foglie, buste dell'immondizia, corpi senza vita.
È lo spirito di Roma che per forza di cose ti entra dentro con tutta l'irruenza e ironia di cui è capace. Il rapporto col Tevere è quotidiano e carnale.
"Ma che devo fa? Me devo buttà ar fiume?"
"E quanno la ritrovano la pistola, quelli sicuramente l'hanno buttata ar fiume"
"Vicino alla cloaca massima c'è er tesoro de Roma
però devi entrà dar fiume"
Qualcuno giura di averci visto nuotare persino un coccodrillo nel fiume e qualcun altro giura che è vero, l'ha visto anche lui. Perché il destino di una città è sempre legato a qualcosa e quello di Roma è legato al Tevere.
I fiumaroli non possono non ricordare Er Ciriola ormeggiato con la sua house boat a Ponte Elio sotto Castel Sant Angelo. Luigi era stato così soprannominato per la sua ostinata caccia alle anguille del fiume, che in romano si chiamano appunto ciriole. Se ricordo bene il cartello del suo stabilimento gliel'aveva dipinto Tano Festa.
Stacco.
La Vineria di Campo de Fiori sempre un anno fa.
Un giovane uomo e una giovane donna si baciano poggiati sulla parete mentre attendono in fila di entrare in bagno. Benché il locale non sia strapieno c'è un bel po' di gente intenta a bere vino e a bere birra. Il pavimento è bagnato e un impiegato, un ragazzetto di carnagione scura, sta spargendo della segatura per evitare che qualcuno scivoli.
Come una furia, una ragazza con gli occhiali entra nel locale afferra la baciatrice per i capelli e la sbatte violentemente sul pavimento. La segatura ormai divenuta una pappetta maleodorante le sporca metà viso.
Avevo due rose rosse nella mano destra. Una spina mi ha bucato un indice. Del sangue mi ha sporcato le All Stars bianche. Leonardo si è scusato, ma la picchiatrice se l'è portato via. Mi sono avviata verso Giordano Bruno, ho lasciato i fiori sullo scalino di marmo e sono tornata a casa.
La mattina dopo sono ripassata. Ho chiamato Leonardo, il telefono era spento, ma i fiori erano ancora lì. D'istinto li ho afferrati, mi sono diretta verso Via dei Pettinari, sono arrivata a Ponte Sisto e li ho buttati "ar fiume" eccheccazzo.
mercoledì, 22 agosto 2007
Ieri sera il centro di Roma era il barrio
tranquillo e solitario andirivieni
di miscredenti in gita scolastica
trasformato di colpo
in un eden slow motion.
Ascolti la pancia
parlano le orecchie
tace il cuore.
martedì, 21 agosto 2007
Si chiama Massimo Fagioli, ma per i seguaci/adepti/pazienti/allievi e vattelappesca come accidenti preferiscono essere chiamati è Massimo. Massimo e basta. Fosse nato negli Steits capace che avrebbe seguito un'altra strada. Non ce lo vedo uno psichiatra chiamarsi Dr. Beans. I nomi molto spesso nascondono il destino di chi li porta. Doctor Gregory House, vuoi mettere? Jack Bristow, meglio ancora. Arthur Fonzarelli Wow!
Da un sito su Massimo:"...Soltanto dopo una lunga analisi personale e circa 10 anni di esperienza di psicoanalisi individuale, propose nel 1971 agli ambienti scientifici il risultato delle sue esperienze e della sua formazione con "Istinto di morte e conoscenza". Questo libro suscitò le più varie reazioni che, dopo la pubblicazione de "La marionetta e il burattino" e Teoria della nascita e castrazione umana, condussero nel 1976 alla separazione dalla Società Psicoanalitica Italiana".
Che nel mondo reale significa che è stato cacciato a pedate nel culo, anche se questo non te lo dicono né lui né i seguaci/adepti/pazienti/allievi e vattelappesca come accidenti preferiscono essere chiamati.
Dal 1975 Doctor Beans per 5 volte a settimana (forse 4) presenzia ai famosi Seminari di Ricerca Psichiatrica. La durata è ai limiti dello svenimento. 4 ore. Dalle sei del pomeriggio alle dieci di sera e pare che manco c'hanno l'aria condizionata.
La maggior parte dei presenti sono donne e ovviamente sono innamorate alla follia del guru/professore/santone/dottore/scienziato/mentore e vattelappesca come accidenti vuole essere chiamato. Perché, come insegna Fagioli, il linguaggio è importante.
Barbara, mia roommate per un paio di mesi, era una di queste tipe. Nel mondo di Fagioli mi ci ha catapultato lei.
"Dove vai?"
"Ai seminari?"
"E perché ti vesti come dovessi andare a un matrimonio?"
"Non puoi capire"
"Cosa?"
"Massimo!"
"Il tuo analista?"
"È uno psichiatra!"
"Te lo scopi?"
"Ma sei scema?"
"Perché hai messo le calze a rete?"
"Il rapporto analista analizzando è un rapporto d'amore"
"Ho capito"
"Se vuoi ti presto i suoi libri"
"No grazie. Sto già impicciata col cervello per conto mio"
"Ciao"
"Ciau"
Poi di nascosto qualche libro o meglio qualche pagina di "Istinto di morte e conoscenza" e de "La marionetta e il burattino" me la sono andata a spulciare. Anche perché Fagioli aveva sceneggiato alcuni film di Marco Bellocchio, a detta di tutti i peggiori in assoluto, e un po di curiosità mi era venuta. Tanto per dirne uno "Diavolo in corpo" un film noioso quanto inutile, proprio come la scena della fellatio a pisello moscio che hanno voluto inserire all'interno.
Quello che posso dire è che Massimo Fagioli è il maestro della supercazzola e per capire un concetto devi rileggerti la frase almeno dieci volte. Se poi mentre leggi ti spippetti anche uno spinellino bè non c'è speranza. Non capisci proprio una sega, altrochè.
Il dottore odia Freud, ma chi non lo odia
anche se Fagioli lo accusa violentemente di essere malato, bipolare, cocainomane e frocio. Soprattutto frocio perché Dr. Beans odia i froci più di qualsiasi altra cosa al mondo. Sia lui che i suoi seguaci/adepti/pazienti/allievi e vattelappesca come accidenti preferiscono essere chiamati mostrano intolleranza verso l'omosessualità.
Fosse per loro gli darebbero fuoco a uno per uno a quei psicotici effeminati, un po' come i nazisti bruciavano i libri in Fahrenheit 456. Perché a sentir loro i froci sono dappertutto, in ogni dove e dovunque.
Poi c'è tutta la contestazione del bambino che nasce sano e a causa del rapporto coi i genitori subisce traumi e rotture negli affetti diventando così malato cronico, psicotico, schizofrenico con gravi disturbi della personalità e
inevitabilmente frocio. Ma non è di questo che volevo parlarvi. Non mi metterò a criticare le teorie di Fagioli, ma soltanto tutti coloro che frequentano quei cazzo di seminari.
No, chiedo venia. Scusatemi. Avevo promesso di non cascarci. Così non va. Non voglio essere aggressiva né tanto meno violenta. Occhei, ricominciamo tutto daccapo.
Federico questo post è per te. È per quello che ho scoperto. È per quello che sentivo non andava tra di noi. Questo post è per me, è per te, è per tutto quello che c'è e adesso che Jovanotti mi facesse causa per plagio tanto me ne sbatto altamente i coglioni.
Queste sono le 5 domande alle quali vorrei tu dessi una risposta. (Non necessariamente in quest'ordine):
1. Perché avete fuso la vostra coscienza con quella di Massimo Fagioli?
2. Perché prendete per oro colato tutto ciò che dice Massimo Fagioli?
3. Perché non mettete mai in dubbio le affermazioni di Massimo Fagioli?
4. Perché siete intolleranti verso coloro che non la pensano come Massimo Fagioli?
5. La nostra storia è finita perché quella mattina a casa tua mi sono fatta venire in bocca?
Sì ormai so tutto. Ho letto la teoria fagioliana del latte-sperma. Avevo fumato e credevo di aver capito male così l'ho trascritta sulla moleskine per essere sicura.
Me ne stavo sul letto a non fare altro che rimuginare, rivangare la nostra relazione, fare un continuo esame di coscienza per cercare di capire a che punto è successo l'inghippo
quale è stato l'intoppo che ha mandato tutto in vacca e alla fine ho capito.
"...Il desiderio di succhiare lo sperma fisico comprende una cecità o miopia in quanto ciò che sarebbe desiderabile sono la sapienza e le qualità interiori dellaltro. (
) Il desiderio di sperma fisico è cecità".
E io che pensavo giocasse un punto a mio favore. Che buffa che è la vita.
Adesso caro Federico mi sento un po' come Antonia che scrive a Rocco nel finale di Porci con le ali in risposta a lui che voleva prenderla da dietro; mi sento altresì scema, idiota, sciocca, ma mai quanto te che hai confermato (al telefono!) questa assurdità.
La nostra storia finita per un pompino. Si fa fatica a crederci, ma è così. Io vampiro assetata della tua personalità. Meno male ti sei tirato indietro, altrimenti chissà che pericoli correvi.
Curr curr uagliò!
Curr curr uagliò-o-o!